Eventi & Attualità
Vini in movimento al Paestum Wine Fest
Dal Verdicchio alla Falanghina, vini che evolvono nel tempo.
26 Marzo 2026

Tra anfore, rifermentazioni e bottiglie “parlanti”: voci dal Paestum Wine Fest
Ci sono eventi in cui si parla di vino. E poi ci sono eventi in cui il vino lo senti raccontare direttamente da chi lo fa, con un linguaggio che non è mai perfetto, ma è sempre vero. Il Paestum Wine Fest è uno di questi: un luogo in cui le parole inciampano, si correggono, ripartono, ma intanto restituiscono un’idea concreta di cosa significhi oggi produrre vino
Il Verdicchio che non sta fermo
Si parte dalle Marche, ma senza rigidità. Tenute Cesaroni racconta il suo Zaffa 2022, un Verdicchio in purezza che sembra costruito più per stratificazione che per linearità. La fermentazione è lunga, oltre i trenta giorni in acciaio, quasi a voler prendere tempo.
Poi il vino cambia direzione più volte, passando dal cemento al legno (non uno solo, ma sei tipi diversi di barrique) fino a una breve parentesi in anfora. Alla fine torna in cemento, sui lieviti, prima dell’imbottigliamento, con una piccola aggiunta dello stesso vino.
Non è tanto una ricerca di complessità a tutti i costi, quanto il tentativo di non scegliere una sola strada, lasciando aperte più possibilità espressive.
La Falanghina che finisce di nascere in bottiglia
Poi ci si sposta in Campania, con Viticoltori Lenza, realtà rappresentata da Guido Lenza, dove il racconto diventa più diretto, quasi didattico, ma senza perdere concretezza. Il vino è Gabry 2, una Falanghina in purezza lavorata con metodo ancestrale.
La fermentazione viene avviata, poi rallentata abbassando la temperatura, e il vino viene imbottigliato quando non è ancora del tutto conclusa. È a quel punto che ogni bottiglia diventa un piccolo ambiente autonomo, in cui il vino continua e completa la sua trasformazione.
Le uve arrivano da Pontecagnano, a poca distanza dal mare, in un contesto fatto di terreni fertili e caldo importante, ma anche di brezze che aiutano a mantenere equilibrio.
La raccolta avviene tra metà e fine agosto, mentre il vino entra in bottiglia a novembre e trova la sua forma definitiva solo nei mesi successivi, tra gennaio e febbraio. È un vino che accetta di non essere immediatamente “finito”, e proprio in questa attesa costruisce la sua identità.
Quando anche la bottiglia racconta il territorio
Infine si arriva in Friuli Venezia Giulia, con Giorgio Deganis dell’azienda agricola Zorzon, nel cuore del Collio goriziano. Qui il racconto si allarga e include anche ciò che sta fuori dal vino.
Si parla di Collio Friulano, ma anche della bottiglia stessa, una forma riconoscibile e marchiata sul collo, non obbligatoria ma fortemente identitaria. È un dettaglio che potrebbe sembrare secondario, e invece racconta molto del territorio, perché il vino non è solo contenuto ma anche modo di presentarsi e di essere riconosciuto.
Deganis riporta tutto a una dimensione semplice, parlando del nome dell’azienda, della storia familiare e del Collio, quella fascia collinare al confine con la Slovenia che da sempre vive di contaminazioni.
Più che vini, scelte
A mettere insieme questi racconti non sono i vitigni né le regioni, ma le scelte. Scelte che riguardano i tempi, i materiali, il grado di controllo che si decide di avere o di non avere sul vino.
Al Paestum Wine Fest emerge chiaramente che il vino non è mai solo il risultato finale, ma un processo continuo fatto di decisioni, tentativi e aggiustamenti. Ed è forse proprio lì, molto prima di arrivare nel bicchiere, che diventa davvero interessante.
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