Eventi & Attualità

Un Lambrusco pugliese al Paestum Wine Fest

Da terreni confiscati, in Puglia è nato il progetto Brushko
27 Marzo 2026

Il Lambrusco che non ti aspetti

Al Paestum Wine Fest capita anche questo: ti fermi davanti a un banco, inizi ad ascoltare, e dopo pochi secondi capisci che la storia che hai davanti non è esattamente quella che ti aspettavi.
Perché qui il punto non è solo il vino. È da dove arriva. Si parla di Lambrusco. Ma siamo in Puglia. E già questo basta a creare un piccolo cortocircuito.
A raccontarlo è il team della cooperativa sociale Qualcosa di Diverso, che attraverso il progetto XFarm – Agricoltura Prossima lavora dal 2017 su circa cinquanta ettari di terreni confiscati alla criminalità organizzata, nel cuore dell’Alto Salento. Dentro questi terreni, quasi come un’eredità inattesa, ci sono anche dieci ettari di Lambrusco.
Non piantati per scelta, ma trovati lì. E soprattutto mai davvero valorizzati. In Puglia, infatti, il Lambrusco esiste — è addirittura molto diffuso come uva — ma quasi nessuno lo vinifica. Viene usato soprattutto come uva da taglio, materia prima più che prodotto finito. E allora la domanda diventa inevitabile: cosa farne?

Trasformare, invece di vendere

Per anni la risposta è stata la più semplice: vendere l’uva. Ma a un certo punto non basta più. Non regge economicamente, e soprattutto non racconta nulla.
Da qui nasce l’idea di provare a trasformare. Non aggiungendo altra uva, non cercando scorciatoie, ma lavorando esattamente su quello che già c’è: circa duemila quintali all’anno di Lambrusco.
È una scelta che sembra ovvia, ma non lo è. Perché significa assumersi il rischio di dare forma a qualcosa che, in quel territorio, non ha una tradizione riconosciuta. Per farlo, la cooperativa si affida a chi ha esperienza nella vinificazione a basso intervento, la Masseria La Cattiva, con cui nasce la prima annata nel 2023.
Non è un Lambrusco frizzante. E anche questa è una scelta precisa. L’idea non è replicare un modello conosciuto, ma provare a cambiare lo sguardo su un vitigno che spesso si porta dietro pregiudizi.

Un nome che è già una presa di posizione

Quando si arriva all’etichetta, il dubbio è forte: scrivere “Lambrusco” oppure no? Perché basta quella parola per attivare reazioni immediate, a volte anche di chiusura. Alla fine la decisione è di non nasconderla, ma nemmeno di usarla in modo diretto. Il vino si chiama “Brushko”.
È un gioco di parole, certo. Ma è anche una dichiarazione. Un modo per tenere dentro il vitigno, senza restare prigionieri della sua immagine. Dietro c’è un’idea più ampia: usare l’azienda agricola non solo per produrre, ma per cambiare la percezione di un territorio.
Perché qui non si parla solo di vino, ma di un pezzo di Puglia - San Vito dei Normanni, nell’Alto Salento - che troppo spesso viene raccontato solo attraverso problemi, tra crisi degli ulivi e dinamiche difficili legate al lavoro agricolo.
Partire da un bene confiscato e trasformarlo in un progetto agricolo attivo diventa allora qualcosa di più di una scelta produttiva. È un modo per ribaltare un simbolo.

Più che un vino, un tentativo

Alla fine, questo Lambrusco pugliese non è solo un esperimento enologico. È un tentativo. Di dare valore a qualcosa che non ne aveva, di costruire una narrazione diversa, di restituire dignità a un territorio attraverso il lavoro. Le bottiglie sono poche, tra le sei e le ottomila all’anno. Le persone coinvolte sono dodici.
I numeri sono ancora contenuti, ma il senso è chiaro. E forse è proprio questo che resta più impresso dopo l’assaggio: non tanto il vino in sé, ma la sensazione che dietro ci sia una direzione. Non perfetta, non definitiva. Ma necessaria.
Condividi l'articolo