Cultura & Storie

La vite ritrovata e l’anima sarda di Tonino Arcadu

Archeologia e vigneti per rileggere il vino di Sardegna.
21 Febbraio 2026

Introduzione

C’è una storia del vino sardo che per lungo tempo è stata raccontata da altri. E poi c’è una storia che riemerge dalla terra, dagli studi archeologici, dalla memoria e dall’esperienza diretta di chi quella terra la lavora da decenni.
In questa intervista, il produttore ripercorre il proprio cammino tra pratica, ricerca e consapevolezza, intrecciando il percorso personale con una riflessione più ampia sull’identità vitivinicola della Sardegna e sul significato profondo de La vite ritrovata.

Scheda Libro

Titolo: La Vite Ritrovata
Autore: Tonino Arcadu
Editore: Edizioni Della Torre
Data di pubblicazione: 30 ottobre 2025
Pagine: 240
Disponibile su: Amazon

Come si conciliano la custodia di un'eredità storica come quella di Gostolai e l'urgenza di rinnovamento e scoperta che traspare dal suo libro, La vite ritrovata? In che modo la storia della sua cantina ha plasmato la lente attraverso cui lei narra la viticoltura sarda?

Ho iniziato a vinificare 36 anni fa, non dico con professionalità, ma con una maggiore attenzione rispetto alle vinificazioni del contadino; le mie competenze erano da manualetti divulgativi e la pratica empirica, ho iniziato ad imbottigliare con entusiasmo e molta ingenuità.
Da insegnante negli anni 80 ho avuto modo di fare il commissario di esami di maturità nella penisola, anche in Piemonte, Toscana ed Umbria, regioni decisamente vocate e famose per i loro vini. Ho avuto modo di conoscere realtà ben diverse da quelle in cui operavo: ad Oliena anche chi produceva 3000/5000 litri vendeva a bidoni, l’imbottigliamento era riservato alla cantina sociale, mentre nelle regioni sopra menzionate c’era una proliferazione, già da allora, di piccoli imbottigliatori.
La mia decisione di imbottigliare il vino prodotto nelle vigne di famiglia fu influenzata da questi contatti. Immediatamente mi son reso conto delle mie lacune: nei libri c’è scritto come fare il vino, non c’è scritto cosa non fare quando si fa il vino. Ho chiesto consigli ad enotecnici esperti, ricevendo risposte molto vaghe, per cui a poco a poco mi sono autonomamente arrangiato.
Ho cercato di capire il legame tra le caratteristiche del terreno e quelle che esse conferivano alle uve e quindi si potevano ritrovare nel vino. In questo aiutato dai pareri di persone anziane di Oliena, che empiricamente mi disegnavano una mappa del territorio del paese in base alle caratteristiche che questi territori conferivano al vino prodotto.
Relativamente alla storia della vitivinicoltura sarda non avevo motivi per discutere le teorie correnti che professavano l’origine alloctona della nostra viticoltura: prima i Fenici, poi i Romani, poi i Bizantini, i Monaci e gli Spagnoli. Questo era il ritornello ripetuto, naturalmente queste affermazioni non sono mai state confermate da alcun riscontro oggettivo.
Nel 2002 è stato l’anno della svolta. Un’equipe archeologica sardo-olandese, con a capo l’archeobotanica Corrie Bachels, indagando il sito Duos Nuraghes a Borore, portò alla luce una piccola ma significativa quantità di semi di vite domestica: questo stava ad indicare che già nel XIV sec. a.C. si coltivava la vite, ben prima dell’arrivo dei Fenici in Sardegna.
Questa scoperta diede la stura ad una serie di ricerche e scoperte che in pochi anni hanno messo in crisi le versioni ufficiali sull’origine della nostra vitivinicoltura.
Tutta questa premessa per rispondere alla prima domanda: la Gostolai non ha un’eredità storica; la conoscenza delle origini della vitivinicoltura sarda ha plasmato e continua a plasmare l’attività della mia cantina.

Quanto le pratiche agronomiche e le filosofie di cantina tramandate in famiglia hanno rappresentato un faro o, talvolta, una sfida rispetto alle scelte agricole e culturali che descrive come necessarie per il futuro della Sardegna?

I primi 10/12 anni son passati nell’acquisire le giuste tecniche di vinificazione, cosa che ben inteso continuo a fare, il mio apprendimento è curricolare.
Le mie competenze erano scolastiche e la pratica prettamente sperimentale, ma non guidata da esperti. Ho chiesto consigli ad enotecnici esperti, ricevendo risposte molto vaghe, per cui a poco a poco mi sono autonomamente arrangiato.
Ho cercato di capire il legame tra le caratteristiche del terreno e quelle che esse conferivano alle uve e quindi si potevano ritrovare nel vino.
Vigneto che si affaccia sul mare

Parlando di evoluzione, qual è stato il momento di maggiore "svolta" o ripensamento nel suo rapporto personale e professionale con la terra e il vino? Questo cambiamento è stato causato dalle trasformazioni del settore sardo o piuttosto ne è stato un motore?

Nel 2002 è stato l’anno della svolta, la scoperta di quell’anno ha iniziato ad aprirmi gli occhi, e non solo a me, sull’origine della nostra viticoltura.
Quella scoperta diede la stura ad una serie di ricerche e scoperte che hanno messo in crisi le versioni ufficiali. In quel periodo già intrattenevo rapporti con l’archeologo Mario Sanges e col Dott. Gianni Lovicu, ricercatore del centro ricerche regionale AGRIS; con loro si organizzavano vari incontri sugli argomenti in oggetto, culminati in un convegno a Verona in occasione del Vinitaly 2006, dal titolo: Viticoltura nell’antico mediterraneo e centralità della Sardegna.

Rispetto dei tempi della natura e della tradizione. Come si gestisce, in pratica, questa discordanza temporale tra il "tempo lento" della tradizione e il "tempo veloce" delle esigenze contemporanee di mercato e sostenibilità, senza sacrificare l'identità del prodotto?

Ho sempre pensato che l’identità del prodotto vino doveva essere preservata, senza naturalmente chiudere gli occhi al cambiamento ed alle esigenze del mercato.
Ho sempre vinificato cercando di ottenere un vino valido legato al frutto d’origine utilizzando quella tecnologia che permettesse alle caratteristiche del vino di conservarsi nel tempo, senza preoccuparmi più di tanto delle mode e di ciò che facevano i miei colleghi blasonati.
Questo non vuol dire che il mio modo di fare il vino non sia cambiato col passare degli anni, ho imparato molte cose da non fare quando si fa il vino.
Vigneto di giorno al tramonto

Il titolo La vite ritrovata suggerisce un viaggio di riscoperta. Qual è l'insegnamento più vitale — tratto dalla sua doppia esperienza di produttore e autore — che vorrebbe fosse recepito dai giovani vignaioli sardi che oggi si affacciano al settore?

La vite ritrovata è prima di tutto la riscoperta della vite sarda che era perduta.
Il libro presume di dare informazioni e narrazioni tali da creare consapevolezza di ciò che eravamo e di quello che potremmo essere. La consapevolezza genera autostima e fiducia, senza le quali non siamo in grado di operare nel nostro interesse e nell’interesse della nostra terra.
Noi Sardi siamo stati conquistati nel corso dei millenni da invasori di varie specie che hanno contribuito a farci dimenticare la nostra storia e civiltà. Una memoria della nostra identità è rimasta, ma se non viene raccontata tende a scomparire ed il vuoto viene riempito da narrazioni esterne che diventano verità difficili da scalfire.
L’aspetto che questo libro sviluppa è quello vitivinicolo: nonostante da oltre 20 anni ricerche archeologiche, archeobotaniche e studi genetici abbiano messo a nostra disposizione strumenti per inficiare le narrazioni esterne, tanti rifiutano l’evidenza. Il libro cerca di dare un contributo ad abbattere il muro esistente e resistente alla realtà delle nuove conoscenze.
Condividi l'articolo