Cultura & Storie
Enrico Zucchi e il mito del Lambrusco
Un libro che racconta il Lambrusco tra cultura, storia e anima contadina.
11 Febbraio 2026

Introduzione
Il Lambrusco è uno dei vini italiani più conosciuti al mondo, ma anche uno dei più fraintesi. Dietro la sua apparente semplicità si nasconde una storia lunga, complessa e sorprendentemente colta.
Nel volume Lambrusco in Fabula. Storia di un vino colto e contadino, Enrico Zucchi accompagna il lettore in un viaggio che intreccia letteratura, storia sociale ed enologia, restituendo al Lambrusco la profondità culturale che merita.
In questa intervista, l’autore racconta come testi, voci e memorie abbiano contribuito a costruire l’identità di un vino che è molto più di una semplice bevuta conviviale.
Scheda Libro
Titolo: Lambrusco in fabula. Storia letteraria di un vino colto e contadino
Autore: Enrico Zucchi
Editore: Wingsbert House
Data di pubblicazione: 24 settembre 2025
Pagine: 208
Disponibile su: Amazon
Quale criterio ha guidato la scelta dei testi per raccontare la doppia anima "colta e contadina" del Lambrusco?
Per iniziare è bene specificare che il libro prende in considerazione la letteratura secondo un’accezione ampia e democratica: tutto ciò che appartiene al mondo della scrittura, senza distinzioni di genere né classificazione gerarchica. La ricerca include quindi testi di medicina e di agronomia, in cui l’aspetto contadino del Lambrusco emerge con evidenza, e al contempo anche documenti poetici di estrema raffinatezza, come il cesellato poemetto neoclassico Feroniade (1834) di Vincenzo Monti o le odi a tema enoico di Giosuè Carducci.
Nella duplice natura delle fonti c’è quindi un primo riflesso dell’anima colta e contadina del Lambrusco, ma spesso sono gli stessi testi letterari a mettere in evidenza, con un registro colto, l’indole contadina del Lambrusco. I versi del modenese Giovan Battista Vicini, nel suo pregiato ditirambo I vini modanesi (1752) racconta con una elegante immagine nuziale, una ordinaria pratica di cantina, che prevedeva di miscelare due varietà diverse, una più delicata, il Marzemino, e una più vigorosa, il Lambrusco, per dare vita a un vino equilibrato.
Il premio Nobel per la letteratura Grazia Deledda, nel romanzo Annalena Bilsini (1927), racconta, con toni tra l’epico e l’elegiaco, di una famiglia di contadini della Pianura Padana che prosperano anche attraverso la produzione di Lambrusco. Per non parlare della saga del Mondo piccolo di Giovannino Guareschi, esempio di grande letteratura popolare in cui il Lambrusco anima le lotte politiche fra il sindaco Peppone e il sacerdote Don Camillo. Per quanto raffinati siano i testi che parlano di Lambrusco nella storia letteraria italiana, essi non trascurano né snaturano mai l’identità contadina del nostro vino.
Scrivere il libro ha modificato il suo rapporto con la degustazione e il modo di bere Lambrusco?
Sicuramente lo scavo nella ricchissima storia del Lambrusco ha cambiato il mio modo di vedere e di degustare questo vino, e spero che lo stesso possa accadere anche ai lettori. Spesso ci si ferma agli aspetti tecnici del prodotto enologico, magari per mettere alla prova conoscenze acquisite nel corso di studi di avvicinamento o di approfondimento del mondo del vino, o ancor peggio si beve distrattamente senza preoccuparsi di ciò che si ha nel bicchiere.
Eppure, un calice di Lambrusco può diventare un prisma attraverso il quale emergono storie, racconti, volti: prima che un’azione tecnica, quella di sorseggiare del vino è un’azione culturale, che ci fa entrare in contatto con qualcosa che va al di là dell’enologia nuda e cruda. Il libro aiuta, in questo senso, a rendersi conto della profondità di un vino che è giustamente noto per la sua popolarità e per la sua leggerezza, ma che è tutt’altro che semplice.
Oggi per me bere un Lambrusco non sboccato, caratterizzato da una certa torbidezza, più che farmi pensare alle contemporanee discussioni sul vino naturale, mi rimanda al racconto di Mario Soldati, contenuto in Vino al vino, nel quale narra di come, arrivato a Sorbara, invitato a un sontuoso pranzo tradizionale innaffiato da parecchio Lambrusco, si trovasse, con i commensali, a cambiare spesso il bicchiere, sul quale si depositavano i sedimenti fecciosi del vino.
Ma ogni Lambrusco mi ricorda una storia diversa, una delle tante che il libro racconta, dalle goliardiche bevute della Frateria di San Giovese raccontata da Fabio Tombari, al commosso addio alla vita del morituro Angelo Fortunato Formiggini, il quale, prima di compiere il gesto eclatante di buttarsi nel vuoto dalla Torre della Ghirlandaia di Modena, si concede un’ultima cena a base di cotoletta e Lambrusco.

Enrico Zucchi e il suo libro "Lambrusco in Fabula" - Credits @Enrico Zucchi
Quali sono i passaggi chiave (storici, sociali o tecnici) che hanno favorito la rinascita d'immagine e valore del Lambrusco?
Il Lambrusco vive nella storia diverse vite, che un approccio di ordine culturale permette di meglio apprezzare. Trattandosi di una vite selvatica addomesticata nel corso del tempo, ma che continuava a dare un vino rustico, piacevole ma con una spiccata esuberanza, esso viene gradito maggiormente in epoche che meglio si armonizzano con la sua natura. Il Seicento, ad esempio, è il secolo buio del Lambrusco, nome che diventa un insulto impiegato dai poeti per denigrare gli avversari meno bravi, considerati rozzi nel proprio modo di scrivere.
Ma questo è dovuto, più che a ragioni di gusto, a motivi di ordine culturale: nel secolo del Barocco, della raffinatezza estrema, della ricercatezza e della complessità, il Lambrusco non piace. Tra Sette e Ottocento le cose cambiano completamente, sia per merito di grande innovazione tecnologica, che permettono in tutta Italia, soprattutto nel diciannovesimo secolo, di migliorare notevolmente la produzione del vino – e tanti agronomi di vaglia si dedicano al Lambrusco in questo periodo, a partire da Francesco Aggazzotti – sia, ancora una volta, per questioni di natura culturale.
La lenta diffusione di una nuova sensibilità, vicina a quella del Romanticismo europeo, permette di rivalutare quella pianta che ha un’origine selvatica e una tenacia impareggiabile, e riscopre quel prodotto genuino e contadino, che torna a piacere proprio perché, anche a livello sensoriale, è un vino che non cede a compromessi. Nella storia del Lambrusco, poi, è decisivo il secondo dopoguerra: a partire dagli anni Sessanta ha un enorme successo una versione di Lambrusco più moderna e adatta al mercato americano, che ne fa incetta.
Ridotta la spalla acida e la gradazione alcolica, il Lambrusco, molto più zuccherino di quello che si era abituati a bere, sbarca negli States ottenendo un successo straordinario, come una sorta di Cola italiana. Da lì si è puntato molto sul metodo Martinotti, sul vino-bevanda e sicuramente si è riusciti a imporre il nome del Lambrusco un po’ in tutto il mondo, ma non sono mancati e non mancano produttori che hanno preso strade diverse, puntando sull’artigianalità, sui rifermentati in bottiglia, addirittura su Lambruschi metodo classico che stupiscono per intensità ed eleganza, senza perdere l’identità tipica di questo vino.
Cosa determinerà l'evoluzione del Lambrusco nei prossimi dieci anni: tecnica, cloni antichi o racconto culturale?
La tecnica è indubbiamente essenziale per il futuro del Lambrusco, così come la ricerca di cloni adatti a dare grandi vini a fronte del rapido mutamento delle condizioni climatiche, che impone un ripensamento complessivo, non soltanto nel mondo del Lambrusco, del classico modo di concepire e di fare il vino. Sicuramente il Lambrusco è il vino del futuro, il vino su cui scommettere a occhi chiusi, in quanto ha tutte le caratteristiche che il mercato cerca e cercherà: leggerezza, gradazione alcolica contenuta, acidità, tutte caratteristiche che vanno preservate e valorizzate in un contesto di rapida e talvolta imprevedibile evoluzione climatica.
Tuttavia, sarà una deformazione professionale, ma sono convinto che il futuro del Lambrusco passi anche in maniera decisiva dalla narrazione che si fa e si farà di questo vino. Il fatto, a mio modo di vedere, è questo: esistono già nel mondo del Lambrusco, e non da oggi, ma da tempo, produttori che lavorano in modo maniacale alla qualità del vino, e riescono, dopo anni di ricerca paziente e minuziosa, a produrre vini eccellenti, con una piacevolezza, una facilità di beva, una ricchezza di profilo, davvero introvabile altrove.
I grandi Lambruschi ci sono, ma bisogna raccontarli bene perché tornino a diventare agli occhi dei consumatori quei grandi prodotti che sono, non semplici bevande, non vini di serie B per cui si è disposti a spendere pochissimo, ma vettori di una storia affascinante, che nel bicchiere puntualmente si ritrova.

Bottiglia di Vino Lambrusco - Credits @mediakatalogas.lt
Quanto è cruciale, oggi, restituire al vino la sua dimensione culturale per affrontare le sfide globali?
Il mondo del vino sta affrontando una tempesta: dazi, stigmatizzazioni di ordine salutistico, cambiamento della cultura del bere nelle giovani generazioni e generale riduzione dei consumi a fronte di una quantità di prodotti sempre maggiore e di un mercato globale con sempre più competitor, tutti decisamente agguerriti stanno dando vita a un periodo di contrazione, anche significativa.
Non so bene quando questa crisi potrà finire, ma ho un’idea sul come superarla, ed enfatizzare, in maniera non di facciata, come spesso si fa a livello di politica nazionale e territoriale, la dimensione culturale del vino, è centrale, tanto per il commercio del vino, quanto per l’enoturismo. In un contesto di elevata sovrapproduzione la sfida, per i grandi vini italiani, consiste nel saper tesaurizzare ciò che molti altri vini non hanno: una storia culturale profonda e unica, fatta non di favolette, ma di testi importanti, da leggere, da studiare e da valorizzare.
Lambrusco in fabula tenta di fare esattamente questo, provando a riscattare il nome di un vino su cui troppo spesso, e ahimé di frequente più in Italia che all’estero, gravano dei fortissimi pregiudizi di fondo. L’obiettivo che mi sono posto nel ripercorre, documenti alla mano, la storia ricchissima e misconosciuta di questo vino citato da tre premi Nobel, da poeti come Giovan Battista Marino e Vincenzo Monti, da grandi penne del Novecento come Curzio Malaparte, Alberto Arbasino e Giorgio Manganelli, è quello di far comprendere quanto di bello e di grande c’è in un bicchiere di Lambrusco.
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